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"Chi sogna incanta il cielo e fa girare il mondo per il verso giusto"Agenda
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Mircolandia è iniziata da giorni ormai e tutto procede al meglio, tra bambini adorabili, colleghe simpatiche, i miei pretoriani semifigli sempre più numerosi e devoti.
Quest'anno il tema è "La macchina del tempo" e sto scrivendo un copione con spunti dal Satyricon e musiche da Lost. I bimbi mi fanno notare che l'anno scorso il copione era di 23 pagine e che quest'anno non può essere da meno. Li mortacci! Hanno già imparato tre coreografie in due giorni. Sono i miei opliti del palcoscenico. Spartani dell'istrionismo.
E ho recitato pure io. Anni e anni fa, quando facevo l'attore protagonista, nevvero, lavoravo ad uno spettacolo che si chiamava "Pierino e il lupo", spettacolo per ragazzi più replicato in Italia (nevvero). Uno degli attori si è rotto un piede e mi hanno ripescato. Strana come sensazione. Recitare con persone che quasi non avevo mai visto. Però divertente. E in parte gratificante.
Oggi vado al cinema con uno dei pretoriani. A vedere "Transformers" che è il massimo di vita mondana di questo mese. Forse dovrei farmi qualche domandina. Non so... però sto bene.
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Non so, forse perché lavoro troppo, anche se mi piace e poi sono a mircolandia e lì si sta proprio bene, ma mi sembra di lavorare e lavorare e lavorare e il mio privato coincide con il lavoro e quindi mi esalto se un adolescente del centro, uno dei pretoriani, mi chiede di andare a vedere Transformers e facendola sporca lo convinco a vedere anche Harry Potter e mi sembra di avere una vita mondana intensissima, ma è solo lavoro, anche se è vita e vita vera e piena e poi torno a casa, oggi, prima di andare a fare delle prove, giusto il tempo di una doccia per non intanfare le attrici che reciteranno con me, anche perché ho fatto lotta con mille bambini, per ripristinare il mio ruolo di maschio alfa, e vedo che Angelo è con la sua donnina e lo era anche ieri sera e mi dico, ma solo io sono quel ...one che non ha una vita e l'invidia mia è genetica, cresciuto da donne rancorose, ma poi vado alle prove e mi diverto e mi dicono che domani recitiamo ad Alberella, che è l'isola con cui sono andato con Giulia, l'isola del mio terzo racconto, quello dedicato a Toma, e dicono che faremo il bagno nel mare prima di recitare e poi ricevo una telefonata che mi incoraggia e poi parlo con l'Apetta e poi mi ritrovo con Angelo e mangiamo insieme e ci facciamo fuori una bottiglia in due e chiarisco delle cose con una persona che comunque ieri sera mi aveva ferito (e non so se chiarisco ma almeno esprimo il mio pensiero) e mi ascolto "Felt Mountain" e domani avrò una giornata lunghissima e al momento posso solo sperare che dormirò alle dieci, ed è un lusso, e poi ho una domenica con Transformers e poi un sabato con Harry Potter e insomma, è stato così ultimamente, portatore di luce o meno che sono e così devo accettare.
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Questa sera mi sono vestito bene per uscire con un ragazzo a cena. Ho indossato la camicia bianca che mi hanno regalato con amore persone care. Ho indossato i pantaloni nuovi di lino che mi sono costati un'esperienza agghiacciante in uno spogliatoio. Sandali. Fuori imperversava il nero di un incombente diluvio. Angelo saggiamente ha osservato sulle scale: tra tanto buio qualcuno dovrà pur portare la luce.
Questa sera mi sono vestito bene per un ragazzo, ma non era per fare colpo o per sedurre o perché avessi chissà quali mire. Certo gli avrei parlato di amore. In parte anche del mio amore per lui. Io credo di conoscerlo bene questo ragazzo, ne ho la presunzione. Per pochissimo tempo ho vestito i suoi panni, ho capito i meccanismi della sua mente, ho vissuto come lui solitamente vive. Ho passato in veglia una notte con lui nel medesimo letto.
Mi sono permesso di toccarlo, perché quando tutto è sublimato, ci si può permettere quanto prima ti sembrava compromettente. Gli ho parlato delle cose che in questi giorni mi ronzano attorno e lui ha detto quello che sapevo avrebbe detto ed è riuscito comunque a stupirmi.
Sono grato a questo ragazzo per un sacco di cose. Se sono quello che sono è anche per merito suo. Se non sono diverso da quello che sono è anche per merito suo. Pur nella distanza segue la mia vita e la conosce. Segue la stesura dei miei racconti. Segue la mia formazione. Per certi aspetti è quanto di più simile al mio Maestro. Entrambi leggono la mia opera e la mia vita come se fossero un'unica cosa.
Questa sera sono accadute tutte le cose che io volevo accadessero e anche di più.
Questo ragazzo sta facendo nascere una piccola piantina da affidarmi. Me la darà quando ci sarà una coppia disposta a prendersi cura di lei.
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VALLETTO
Sento un certo non so che,
Che mi pizzica, e diletta,
Dimmi tu che cosa egli è,
Damigella amorosetta.
Ti farei, ti direi,
Ma non so quel ch'io vorrei.
(ritornello)
Se sto teco il cor mi batte,
Se tu parti, io sto melenso,
Al tuo sen di vivo latte,
Sempre aspiro e sempre penso.
Ti farei, ti direi,
Ma non so quel ch'io vorrei.
(ritornello)
DAMIGELLA
Astutello, garzoncello,
Bamboleggia amor in te.
Se divieni amante, affè,
Perderai tosto il cervello.
Ma sete amor, e tu due malandrini.
VALLETTO
Dunque Amor così comincia?
È una cosa molto dolce?
Io darei per godere il tuo diletto
I cireggi, le pera, ed il confetto.
Ma se amaro divenisse
Questo miel, che sì mi piace,
L'addolciresti tu?
Dimmelo vita mia, dimmelo, di'?
DAMIGELLA
L'addolcirei, sì, sì.
DAMIGELLA e VALLETTO
O caro! / O cara!
Godiamo, cantiamo.
O caro, mio caro / O cara, mia cara...
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Ma ci vuole tanto, dico io?
Se io avessi un negozio di vestiti, tipo Zarah per non fare i nomi, cercherei di progettare i camerini in modo tale che una persona che vada a provare i miei cap,i firmati Zarah tanto per dire, magari si veda risplendere di una luce sensuale e iperuranica, uno splendore bizantino... e invece in certi camerini, tipo Zarah per non fare nomi, non solo c'è un sistema di specchi deformanti che ti senti Jabba o il pesce budino (come ho scoperto essere su facebook), ma c'è una sorta di luce al neon puntata addosso che solo Michael Jackson apprezzerebbe, tanto risulti slavato, ma non paghi questo mix specchi e luci oltre appunto a farti apparire come un creme caramel, ti mostra delle chiazze sul corpo che non pensavi di avere e delle escrescenze sulla pelle, tipo mutazione genetica, che con tutto il rispetto, sembra di essere di ritorno da una centrale nucleare.
Ma dico io, ci vuole tanto?
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...qual linea al centro,
qual foco a sfera e qual ruscello al mare"
Stamane ho fatto colazione con l'Adagio di Albinoni versione Karajan e i Berliner, a dire la cosa più romantic trash del secolo, ma con vette sublimi di vintage musicale. Il prossimo passo, mi dico, è Clayderman. Ma forse no.
A prescindere da questo introito di mattinata, come avrete evinto dalla citazione iniziale (lo avete evinto almeno?) sono monteverdiano andante, che è un periodo che dura poco ma quando dura appassiona. Così come non so quanto durerà questa cosa che oggi scrivo sul blog e domani non si sa... ma ho ricevuto offese e minacce di morte, quindi per scrivere oggi scrivo ma non vi ci avvezzate.
Riassunto di questo periodo, gli elementi più significativi:
Vado ad una cena, una cena un po' trappola, mi presentano un tipo che non è proprio il mio tipo ma è il mio tipo in un modo sottile e delicato. Me ne esco dalla cena, un po' ubriachino (tanto non guido) e cammino sul lungadige pensando ai massimi sistemi, confuso e dico "Dammi un segno" per capire un po' quale sia il cammino che io dovrò percorrere e in quel mentre incontro una mia adolescente con amico nigeriano, che mi vede e mi abbraccia piangendo perché il suo fidanzato è un bastardo ed io a consolarla, con la mia bella camicia bianca, le braghe in lino, fragrante di patchouly, avendo ben chiaro che il destino è beffardo e che il mio cammino si avvicina alla strada delle Montessori e delle Teresa di Calcutta e non dei puttanieri come mi piacerebbe essere (e come è tutto il ramo maschile paterno), e almeno mi occhieggio il nigeriano, che io un pensiero sul nigeriano lo farei anche e passerei pure ai fatti.
Mi fanno un'intervista. Una studentessa di scienze della formazione. Le serve per la sua tesi. Fa una tesi su di me. Sarebbe la terza a dire il vero (noblesse...), questa mi chiama come esperto mondiale di lettura a voce alta. Mi dice sono poche domande. Imbarazzata. La mia prima intervista, dice, io la rassicuro, diamoci del tu. Le domande sono venti, di cui la metà assolutamente identiche ed io rispondo a tutte e venti, facendo sembrare che siano venti domande diverse.
La serie del momento è 24, stagione 4, con Kiefer Sutherland. Una serie dove non urinano mai. 24 ore se la tengono, per questoo l'agente Jack Bauer è sempre nervoso, non perché debba salvare la vita al presidente, o sventare un disastro batteriologico o fermare l'attentato nucleare, o perché non dorme e non mangia, o perché ogni volta gli rapiscono donna e figlia, o perché gli sparano o perché faccia un infarto e resusciti e venga fatto prigioniero a sua volta e torturato e poi lui torturi a sua volta, no, lui è nervoso perché non urina. Lo sapesse sarebbe tutto più semplice.
Parlavo di Monteverdi, ecco un ascolto, spassosissimo, sembra jazz:
Vado ad una grigliata gaia. Vado anche per sostenere l'Abbruzzo. Vado anche per sostenere la mia vita sentimentale terremotata. Il 90% è composto da saffiche e tribadi. Il restante non mi piace e comunque sono tutti fidanzati.
Ho un altro figlio. Un ukraino. Ecco di figli ne ho molti... padre single...
Conosco per caso un altro tipo. Questo mi piace. Sarebbe il mio tipo. Ma mi dicono essere fidanzato e faccio due conti. Ormai sono giunto in una fase della vita che me la devo anche mettere via che se voglio essere padre sposato devo rovinare qualche coppia. Ecco vi avviso. Un tempo avevo questo codice morale: non dovevo distruggere le coppie. Ecco, ora le coppie le distruggo a prescindere.
Le mattine adesso faccio formazione agli adolescenti degli oratori. Tutti contenti. Uno mi dice che ogni gioco io lo rendo bello. Ecco, metà di questa stima e venerazione in un coetaneo magari...
L'Apefuribonda mi scrive all'alba: "Ma i ciclisti, hanno una famiglia e degli affetti, i ciclisti?"
Rispondo: "I ciclisti sono quelli che al sabato sera non fanno sesso perché al mattino devono alzarsi presto e pedalare"
Ed ella a me: "Sono come noi, solo che noi siamo senza bicicletta!"
Uri Caine e Monteverdi, questo è jazz! A presto:
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Sono giorni ti stanchezza cronica e la sento molto di più ora che le acque si sono fermate. Mi sento Keith Jarrett con la sua sindrome...
Non ho scritto dello spettacolo che ha debuttato il 24 maggio, tratto da "Oceano Mare" di Baricco. Per fortuna ha scritto il mio Maestro.
Di seguito recenzione (come la definisce il Maestro) e qui le foto bellissime fatte da Daniele.
Io dico solo che sono soddisfatto. Che lo spettacolo ha fluito bene. Che i limiti li conoscevo ma si sono attenuati. Che ci lavoreremo e che lo replicheremo.
Regia di Mirco Cittadini Il teatro di Mirco Cittadini, ormai lo sappiamo, è un teatro di spazi e violazioni di spazi. L’ambizione, in questa realizzazione, di avere sempre sul palco tutti gli attori, produce una ininterrotta percezione di invadenza dalla quale i personaggi si difendono attraverso la declamazione stentorea (rara) o il bisbiglio (frequente). Ne deriva un caos emotivo, un sovrapporsi di storie, egocentrismi, condivisioni, complicità, dedizioni, salvamenti mai definitivi. I solitari protagonisti, alla ricerca di se stessi e di risposte alle proprie personalissime fissazioni, finiscono per trovare altrove e in altri le temporanee risposte o l’aprirsi di ulteriori impreviste possibilità. Gli altri, che con la loro ininterrotta presenza impediscono il crearsi dell’isolamento, della separazione, della dedizione cocciuta e solinga, diventano la vita, la salvezza materializzata nell’amore, nell’amicizia, nell’ascolto. La violazione dell’intimità si trasfigura in salvazione. Intorno ai dialoghi, intorno ai monologhi “gli altri” costruiscono “stanze”, finti, permeabili muri di nastri che chiudono i momentanei protagonisti in cubi aperti in alto, aperti di fronte. Dalle pareti, inganno di intimità, filtrano sguardi, sporgono mani e braccia, penetrano, per capillarità o osmosi, desideri, sogni, ricordi. Mai soli, i personaggi di Ventre del mare cercano in sé se stessi ma si ritrovano, infine, in altri. Il mare, luogo iperonimo di risposta, senso, guarigione, storia scandisce il tempo, l’eterno ritorno, l’eterna occasione di ricominciare. Offre l’inesplicabilità del suo essere oceano di fini e inizi mobili, ininquadrabili, indipingibili, indefinibili, carichi però di enorme potenza. Il mare mai uguale a se stesso assorbe le storie mobili dei personaggi, le mescola, le rifrange producendo svicoli nuovi e nuovi intrecci. Riemerge, nel materno spietato ventre del mare, il tema trasversale del teatro di Mirco Cittadini: la compassione. Tramortiti dalla vita, terrorizzati, frustrati, i personaggi svelano frammentariamente la povera grandezza del loro sogno. Ogni desiderio, ogni speranza (ci racconta Mirco da quando lo conosciamo) merita solidarietà, merita ascolto. Ogni oscura paura o fissazione è specchio di una grandezza, dell’intollerabilità all’uomo del divino in lui iscritto. Il terrore scaturisce dal balenare della terribile possibilità di comprendere in sé tutto l’oceano mare della vita e della storia, insieme alla mortale necessità di viverla tutta, quella vita, e alla quasi certezza di non potercela fare. E’ al monologo di Elisewin (il miglior recitativo della serata) che si affida il tema dell’opera: “…Io la voglio, la vita, farei qualsiasi cosa per poter averla, tutta quella che c’è, tanta da impazzire…”. E gli attori tutti diventano vita, diventano mare; diventano, insieme, il complesso disordinato e armonico della storia, il disporsi coerentemente entropico delle onde, il sovrapporsi dei fruscii, gli improvvisi silenzi della bonaccia che obbedisce agli stupori delle epifanie esistenziali. Teatro di volumi e di danza, quello di Cittadini è anche un teatro di veli. Gli attori mutano personaggio al mutare di un singolo oggetto o capo di vestiario (perché la mutazione di sé è cosa vicina, a portata, spaventosamente possibile). E alla vestizione (che è quasi sempre prodotta dall’esterno: altri rivestono, altri spogliano) si accompagna la velazione (c’è un inconscio ritorno, in Cittadini, a modelli mitologici, dove la leggerezza del velo fa schermo alla potenza del magico e del sacro: si pensi all’impalpabile veste che Medea dona alla principessa di Corinto; alle bende del dio avvolte nello scettro del sacerdote di Apollo…). Anche etimologicamente la velazione evidenzia il livello ambiguo del coprire/non coprire/coprire parzialmente: dove rivelare è allo stesso tempo “rendere visibile” e “tornare a nascondere”. Se idealmente l’opera si apre con il monologo di Elisewin, idealmente si chiude con quello di Padre Pluche, con le quattro possibili possibilità cui si apre la sua vita e con la gioiosa, seppure turbata consapevolezza di potere liberamente sceglierne una, quale essa sia. Il rifiuto della paura che Elisewin esprime all’inizio si riscontra nella certezza di non averne che Padre Pluche sottolinea nella preghiera finale. Se qualche osservazione si può muovere all’ambizioso tentativo di ridurre sul palcoscenico le psichedeliche visioni di Baricco, direi che due sono gli scogli: un eccesso di ellitticità, una carenza di recitazione. E di entrambi attribuiamo serenamente le colpe al regista, incolpevoli i suoi attori/allievi. Cittadini aspira a un pubblico intelligente e colto, e fa bene, ma in questo caso lo obbliga a un eccesso di ruolo: il montaggio devasta le storie, e le evoluzioni dei personaggi subiscono drastiche scorciature. I cambi di destinazione e i diversi percorsi intrapresi risultano spesso così bruschi da parere immotivati. Solo un lettore recente del romanzo Oceano mare potrebbe facilmente integrare le assenze di liason, ma questo non sarà forse opportuno fino a che Oceano mare (il romanzo) non diventerà un fondamentale classico della letteratura (ma, forse ahimè, non lo diventerà). Ulteriore difficoltà lo spettatore incontra nel seguire dialoghi e monologhi, spesso sussurrati al limite del bisbiglio, talvolta poco espressivi. Il raccontarsi promana dai personaggi più per gesti che per parola: ma mettere in scena Baricco significa in primo luogo, credo, rendere omaggio al potere fascinoso della parola. In effetti gli attori quasi mai raccontano al pubblico; più spesso raccontano a se stessi o raccontano a chi altri sta sul palcoscenico (frutto prezioso dei laboratori espressivi del regista) obbligando lo spettatore a una sorta di “violazione di domicilio” che accosta al voyerismo, che è elemento tipico del teatro cittadiniano, un indiscreto spionaggio acustico. Come se il personaggio si denudasse per pochi intimi accettando che se qualcuno passasse di là, per caso, come per caso si arriva alla locanda Almayer, gli sarebbe lecito sbirciare e lui non si opporrebbe. Bravi gli attori a tenere il palco, con la consueta tendenza ad appropriarsene con sempre maggiore sicurezza via via che l’opera procede e l’uomo diventa attore, l’attore personaggio. Professionale la capacità di superare intralci e dimenticanze improvvisando con convinzione. Da curare, come già detto, vocalità e interazione con la platea. Men of the match: Valeria Bissa per Ann Devarià, perfettamente a proprio agio, quasi una seconda natura, nell’adulterità connaturata ed Elisabetta Leopardi (un’attrice dalle vibre giuste) per il monologo di Elisewin (meno convincente nella seconda parte). Già a buon punto, ma con notevoli margini di miglioramento, Francesco Sessa per Bartleboom, Alice Dal Bono per Dira, Marco Canullo per Padre Pluche. Per presenza scenica nulla può offuscare l’animalità di Gabriele Pesenti: qualunque ruolo gli si affidi riempirà sempre il palco di potenza e umanità. Ci sarebbe piaciuto, infine, un cameo del regista. Possibile che proprio uno come lui non avesse da passare (per sbaglio, si capisce) dalla locanda Almayer?
Ventre del mare
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Facevo l'astronauta. Eravamo io e il danese errante. Avevamo una missione. Andare su Marte. Era il giorno prima. A casa di mia nonna paterna. Si aspettava. Poi succedono delle cose. Io non parto. Parte il Danese. Io ho il volo dopo (evidentemente noi astronauti in rotta su Marte siamo così... perdiamo l'Eurostar e pigliamo il Regionale, quello che ferma a tutti i satelliti). Mi arriva una lettera. Da Marte. Di mia nonna materna. Su papiro. Tutta geroglifici e simboli del dio Sole. La lettera dice che su Marte c'è la vita. C'è la società perfetta. Il Danese è diventato una sorta di semidio. Stanno aspettando me. Anch'io lo diventerò. Andrà tutto bene. Oro e luce per tutti. Corro dai miei amici. Per dire che non ci sono più problemi. Che tutto si risolverà. Oro e luce per tutti.
(Forse la pastissada del giorno prima, forse l'ultima puntata di "Lost" quinta stagione, forse Venere che è entrata in Toro... ma questo sogno mi ha reso immensamente felice!)
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pears: "Dimitri, ma tu cosa farai questa estate senza di me..."
Dimitri: "Cercherò in tutte le case del mondo per trovarti e starti vicino..."
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Lo so... lo so...
però in questo periodo ho avuto:
Se anche un po' sto in silenzio lo potete capire...
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